1. Frana Dolce Pane 0:30
  2. Bolla Celeste Pane 0:30
  3. Abu Graib Pane 0:30
  4. Giovanni Drogo Pane 0:30
  5. Tu Non mi Dici Mai Niente Pane 0:30
  6. 06-Aprile_1 0:30
  7. 07-Testamento 0:30
  8. 08 Casa Turchina 0:30
  9. 09 Gallina 0:30
  10. 10 Vedrai Vedrai 0:30
  11. 11 Voronez 0:30
  12. 12 Distanza Amorosa 0:30

Tutta la Dolcezza ai Vermi

Artist : PANE
Format : CD

© (P) 2008 CD Lilium Produzioni / Venus

Il ritorno della poesia nella musica italiana. Fuori da ogni collocazione, da ogni possibile catalogazione, l’esordio di Pane muove in un territorio che non si dovrebbe neppure definire, se non facendo appello alla più naturale predisposizione a considerare la canzone come un avvenimento poetico e null’altro. La grave malinconia come contraltare a un’intensa e persino tersa visione di spazi interiori, porta alla emissione di quadri in forma di canzone del quartetto romano, affidati solo a piano, voce, chitarra, percussioni, flauto traverso, rinnovando di brano in brano la tensione implosa, vagando tra la delicata sospesa ballata, fatta di un niente, di grappoli di note di pianoforte contrapposti ai profondi affanni di un cantato pregno di schietta ispirazione (“Aprile”, “Voronez”, “Casa Turchina”, “Bolla Celeste”) per la vocalità totale di Claudio Orlandi e i suoi potenti cambi di registro, passando per i dolorosi scenari di “Abu Graib”, dove testo e musica si immergono nella melmosa laguna della pietà e della ferocia, alle distillazioni del tempo che fanno rivivere il minimalismo d’anima di Buzzati in “Giovanni Drogo”, per giungere alle pulsazioni di uno strepitoso testo del compianto Antonio Porta, “Distanza Amorosa” cadenzato e inanellato con la rara densità di una danza ancestrale in cui il sesso diventa spiraglio di anima e di mondo, di vita e di morte. E il funerale “Testamento”, virtuale e sereno in un impulso liberato, posto a metà dell’opera sottolinea con meravigliante e bucolica freschezza le capacità immaginifiche di Pane. Un disco senza mezzi termini, emesso con naturale veemenza e con altrettanta grazia sistemato su un sudario erboso. Un inno impercettibile ma a tratti fragoroso all’umanità colta nel suo più profondo anelito, mentre si rotola su se stessa, nella miseria e nella bellezza. Le versioni di “Tu non dici mai niente” di Leo Ferré e di “Vedrai Vedrai” di Luigi Tenco, non possono non recare brividi, a conferma della qualità interpretativa del gruppo romano. Un disco suonato in assoluta libertà, senza le regole consuete, catturato in presa diretta rigorosa da Attila Faravelli, come si deve quando non si possono ammettere artifici, mantenuto in equilibrio e diretto da un gianCarlo Onorato qui più che mai regista più che produttore, attento unicamente a rendere l’incanto per quello che è, cercando un equilibrio, perché nulla vada sprecato, nulla vada perduto, e la poetica di una creatura in stato di grazia coli liberamente fino a chi sia in grado di assorbirla.