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A quattro giorni
dall’uscita in distribuzione per l’Italia del film “Control” sulla vita di Ian Curtis cantante dei Joy Division, gli
amici del sito “Losthighways”, hanno dedicato un lungo
servizio sulla pellicola in programmazione e su Curtis.
Sono stati invitati
numerosi Artisti della scena Italiana a scrivere un pezzo sul loro
personale incontro con la musica del gruppo di Manchester, gianCarlo
Onorato è stato lieto di contribuire.
Di seguito il suo
pezzo, per chi volesse saperne di più sull’intero servizio
dedicato da “Losthighways” può digitare www.losthighways.it ….ne vale la pena.
Il mio personale modo
di accogliere le dimensioni di ciò che chiamiamo arte è stato da
subito totale, coinvolgendomi psicofisicamente. L’espressione è
qualcosa che ci chiama a raccolta per intero, nel caso di Ian Curtis
e Joy Division per me è stata una scoperta d’amore, esattamente
identica a quella che accade quando dopo un’estenuante e vana
ricerca, ci si sente all’improvviso finalmente in completo contatto
con qualcosa o qualcuno. Il gruppo di Manchester mi ha acceso la
scintilla dell’intuizione che mi abitava, quella che produrre
musica doveva voler dire rappresentare le cose fin dentro. Così,
dopo la sbornia del punk, nella cui filosofia era per me facile e
naturale identificarmi, ma non troppo nell’assunto estetico e
formale, i Joy Division arrivano a compiere il miracolo di portare
una poetica vera nelle faccende del fare musica. Il fatto che un
gruppo di ragazzini come me avesse dato una chiave di interpretazione
della realtà che accogliesse e rappresentasse il dolore, fu una
sorta di simbiosi. Qualcosa di cui avrei sofferto l’assenza se non
si fosse presentata. La poetica di JD, già a partire dal nome, con
quel richiamo a un passato atroce, ma anche con un’insolita,
ieratica capacità di trasmettere il silenzio e la tragicità
naturale della vita, la sottrazione di sé, un’attesa spasmodica di
un sole scialbo, l’essenzialità stessa del loro suono e infine la
malattia come condizione di base, furono per me l’attesa conferma
che in musica si potesse proiettare davvero ciò che conta dentro. E
che questo riguardasse tutti, che lo si volesse o no. Per me fu
definitivo che avrei sempre cercato il significato e che, qualunque
sia la strada intrapresa, si possa fare sul serio solo sentendo nel
profondo e nella propria esistenza l’espressione come un fatto
necessario. Questo non è pop. Non c’è nulla di male a preferire
gli struggimenti che hanno attraversato la scena internazionale,
potendo essere ricondotti al pop. Non così con Joy Division. Nulla
di sacro, la stessa copertina di Closer riesce a
superare la sacralità rivestendola di un’angosciosa aura di
ossimori, in cui la staticità e l’ineluttabilità della fine si
fondono ed eleggono altra dimensione, in cui rabbia e pietà danno
vita a un nuovo sentimento luminoso. Non “sacro” dunque, ma un
avvenimento profondo, serio e complessivo. Nello stesso periodo in
cui morì Curtis, una sera mi imbattei in una pellicola minimale e
desertica, colma di angoscia, della quale ricordo solo quelle che,
credo, dovevano essere le ultime sequenze: un uomo col cappello sale
su una sorta di funicolare, o cosa simile e dopo poco riecheggia uno
sparo sull’immagine di un gioco grottesco, in cui alcuni polli
girano a vuoto in un recinto. Il film è La ballata
di Stroszeck di Herzog. La sua visione mi aveva
desertificato, mortificato e scoprire in seguito che fosse stata, a
quanto si disse, l’ultima visione di Curtis prima di uccidersi, fu
un forte turbamento. Non ero solito leggere le biografie, né leggere
i testi, io i dischi li ascoltavo, volevo coglierne il senso, lontano
dalle citazioni e dai condizionamenti, ma un legame nascosto con
l’opera di Curtis non mi era sfuggito. Rinnovando la sensazione di
condivisione psichica con chi sente le cose dal di dentro.
Decades.
Potrebbe essere la marcia funebre della perdita, una sorta di
manifesto estetico di un tempo in cui l’individuo si è perso del
tutto, e nello stesso tempo vi riecheggia una luce accecante, un
rimando ad altro riscatto, rimasto però non colmato. In un solo
brano tutte le bellezze possibili.
Riguardo la questione della
tarda distribuzione: un filosofo contemporaneo, Vladimir
Jankélévitch, ha molto colpito prendendo le cose della filosofia
con un taglio mirabilmente spicciolo. Traducendolo qui in modo ancora
più brutale, tra le tante cose, sostiene che il coraggio, e direi la
forza, consista nel saper permanere in una condizione di svantaggio.
La vera forza in Italia è quella di continuare a perseguire le idee
e il senso delle cose, pur immersi in una realtà di generale
negazione dell’intelligenza e del miglioramento.
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