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Poiesis. La mostra a Lissone
gianCarlo Onorato - Il più dolce delitto


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poiesis 2007
Un ricordo di gianCarlo Onorato su Ian Curtis e i Joy Division
giovedì 30 ottobre 2008

A quattro giorni dall’uscita in distribuzione per l’Italia del film “Control” sulla vita di Ian Curtis cantante dei Joy Division, gli amici del sito “Losthighways”, hanno dedicato un lungo servizio sulla pellicola in programmazione e su Curtis.

Sono stati invitati numerosi Artisti della scena Italiana a scrivere un pezzo sul loro personale incontro con la musica del gruppo di Manchester, gianCarlo Onorato è stato lieto di contribuire.

Di seguito il suo pezzo, per chi volesse saperne di più sull’intero servizio dedicato da “Losthighways” può digitare www.losthighways.it ….ne vale la pena.

Il mio personale modo di accogliere le dimensioni di ciò che chiamiamo arte è stato da subito totale, coinvolgendomi psicofisicamente. L’espressione è qualcosa che ci chiama a raccolta per intero, nel caso di Ian Curtis e Joy Division per me è stata una scoperta d’amore, esattamente identica a quella che accade quando dopo un’estenuante e vana ricerca, ci si sente all’improvviso finalmente in completo contatto con qualcosa o qualcuno. Il gruppo di Manchester mi ha acceso la scintilla dell’intuizione che mi abitava, quella che produrre musica doveva voler dire rappresentare le cose fin dentro. Così, dopo la sbornia del punk, nella cui filosofia era per me facile e naturale identificarmi, ma non troppo nell’assunto estetico e formale, i Joy Division arrivano a compiere il miracolo di portare una poetica vera nelle faccende del fare musica. Il fatto che un gruppo di ragazzini come me avesse dato una chiave di interpretazione della realtà che accogliesse e rappresentasse il dolore, fu una sorta di simbiosi. Qualcosa di cui avrei sofferto l’assenza se non si fosse presentata. La poetica di JD, già a partire dal nome, con quel richiamo a un passato atroce, ma anche con un’insolita, ieratica capacità di trasmettere il silenzio e la tragicità naturale della vita, la sottrazione di sé, un’attesa spasmodica di un sole scialbo, l’essenzialità stessa del loro suono e infine la malattia come condizione di base, furono per me l’attesa conferma che in musica si potesse proiettare davvero ciò che conta dentro. E che questo riguardasse tutti, che lo si volesse o no. Per me fu definitivo che avrei sempre cercato il significato e che, qualunque sia la strada intrapresa, si possa fare sul serio solo sentendo nel profondo e nella propria esistenza l’espressione come un fatto necessario. Questo non è pop. Non c’è nulla di male a preferire gli struggimenti che hanno attraversato la scena internazionale, potendo essere ricondotti al pop. Non così con Joy Division. Nulla di sacro, la stessa copertina di Closer riesce a superare la sacralità rivestendola di un’angosciosa aura di ossimori, in cui la staticità e l’ineluttabilità della fine si fondono ed eleggono altra dimensione, in cui rabbia e pietà danno vita a un nuovo sentimento luminoso. Non “sacro” dunque, ma un avvenimento profondo, serio e complessivo. Nello stesso periodo in cui morì Curtis, una sera mi imbattei in una pellicola minimale e desertica, colma di angoscia, della quale ricordo solo quelle che, credo, dovevano essere le ultime sequenze: un uomo col cappello sale su una sorta di funicolare, o cosa simile e dopo poco riecheggia uno sparo sull’immagine di un gioco grottesco, in cui alcuni polli girano a vuoto in un recinto. Il film è La ballata di Stroszeck di Herzog. La sua visione mi aveva desertificato, mortificato e scoprire in seguito che fosse stata, a quanto si disse, l’ultima visione di Curtis prima di uccidersi, fu un forte turbamento. Non ero solito leggere le biografie, né leggere i testi, io i dischi li ascoltavo, volevo coglierne il senso, lontano dalle citazioni e dai condizionamenti, ma un legame nascosto con l’opera di Curtis non mi era sfuggito. Rinnovando la sensazione di condivisione psichica con chi sente le cose dal di dentro.
Decades. Potrebbe essere la marcia funebre della perdita, una sorta di manifesto estetico di un tempo in cui l’individuo si è perso del tutto, e nello stesso tempo vi riecheggia una luce accecante, un rimando ad altro riscatto, rimasto però non colmato. In un solo brano tutte le bellezze possibili.
Riguardo la questione della tarda distribuzione: un filosofo contemporaneo, Vladimir Jankélévitch, ha molto colpito prendendo le cose della filosofia con un taglio mirabilmente spicciolo. Traducendolo qui in modo ancora più brutale, tra le tante cose, sostiene che il coraggio, e direi la forza, consista nel saper permanere in una condizione di svantaggio. La vera forza in Italia è quella di continuare a perseguire le idee e il senso delle cose, pur immersi in una realtà di generale negazione dell’intelligenza e del miglioramento.

 
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